giovedì 29 settembre 2016

E CLEMENTINA RACCONTA





Questa estate abbiamo incontrato Clementina che ci ha regalato un suo racconto. E’ la storia di Ezio Battistini che ebbe dieci persone care ammazzate nella strage nazista di Sant’Anna di Stazzema.

Eccola. Non abbiamo tolto né aggiunto nulla. Grazie Clementina.

 
Un cuore spezzato.

Vi sono momenti nella vita in cui il destino ci costringe ad abbandonare ciò che ci è più caro, e nulla ci è consentito di poter fare per porre rimedio agli eventi più dolorosi.

In Italia la guerra scoppiò nell’anno 1940: io avevo superato da poco la soglia dei venti anni e l’arrivo della temuta “cartolina” per la chiamata alle Armi
creò ansia e preoccupazione nella mia numerosa famiglia. Eravamo in tanti dieci figli, ed io il maggiore mi rendevo conto come la mia assenza avrebbe lasciato un grande vuoto (oltre alla paura che mi succedesse qualcosa; sapevo di rappresentare per mio padre un valido aiuto nel lavoro dei campi e della vigna, nonché per la cura degli animali, e, quando ci sedevamo tutti a tavola ( compresi i nonni e gli zii che vivevano con noi) leggevo sui loro volti il profondo dispiacere per quanto stava per accadere. Mia madre, poi, non se ne dava pace!

In paese c’erano altri ragazzi della mia età; rammento che ci radunammo per discutere l’avvenimento ma stranamente non eravamo tristi; forse furono l’entusiasmo e l’incoscienza della giovinezza, l’idea dell’avventura, l’orgoglio della divisa, convinti, tra l’altro, che non ci sarebbe accaduto nulla di male.

Se chiudo gli occhi rivedo ancora in modo nitidissimo la mia famiglia schierata al gran completo davanti a casa per darmi l’ultimo saluto. Col mio modesto bagaglio, mi avviavo con gli altri “richiamati” verso la stazione di Pietrasanta. A piedi, naturalmente.

Eccoli, dunque, i miei cari radunati e stretti tra loro, con mamma che si mordeva le labbra per non piangere, stringendo a sé il più piccino dei miei fratelli, Ultimio, chiamato così perché babbo aveva deciso che sarebbe stato l’ultimo della covata! E poi in fila Alida, Umberto, Jacopo, Giovanni, Maria e via via tutti gli altri in scala.

Questa immagine me la portai stampata nella mente per tutto il periodo che rimasi lontano da loro; mi era di conforto nei momenti peggiori, nella solitudine, nel disagio, nella stanchezza. E fu lunga quell’assenza, quattro anni.

Quando infine fu dichiarato l’armistizio, l’esercito italiano era ormai allo stremo; le truppe alleate americane stavano risalendo la penisola mentre i tedeschi iniziavano la ritirata seminando sul loro cammino distruzione e morte. Rastrellamenti, torture, deportazioni in carri bestiame blindati, con migliaia di persone mandate a morire in modo atroce nei campi di sterminio.

Al mio battaglione fu detto che eravamo liberi di tornare a casa; non esistevano più né Capi né ordini da eseguire, né direttive. Ciascuno doveva arrangiarsi come poteva. Non c’era più Patria da difendere…

Ebbe così inizio anche per me l’epopea del rientro. Mi trovavo a centinaia di chilometri di distanza dal mio paese; inutile contare sui mezzi di trasporto (scarsissimi) e nemmeno sui treni. Le stazioni erano per buona parte distrutte dai bombardamenti, i ponti fatti saltare con la dinamite, le strade pressoché impraticabili e pericolose a causa delle colonne di camion carichi di soldati tedeschi in fuga.

Procedevo per lo più di notte inerpicandomi per sentieri nascosti, dormendo e mangiando quando potevo, rifugiandomi in casolari abbandonati e fienili semidistrutti. Mi capitò persino di rimpiattarmi in un camposanto: fu un contadino a informarmi che i tedeschi erano nei paraggi e l’uomo mi suggerì quel luogo considerandolo il più sicuro.,

Lo disse ridendo “…vai lì, stai certo che nessuno ti rivolgerà la parola!”. Mi regalò anche una forma di pane.

Dormivo sfinito dal gran camminare e dalla fame, sostenuto però dalla visione di mia madre e di tutti gli altri e mi pareva quasi di vederli pazzi di gioia nello scorgermi.

Questo pensiero mi dava la forza di proseguire; ero partito ragazzo, convinto di andare a combattere per una giusta causa... Tornavo invece con la sola voglia di scordare quegli anni devastanti e quel periodo di giovinezza che mi era stato rubato.

E avanti sempre col volto dei miei dinanzi agli occhi.

Fu varcando il confine con la Romagna che ebbi la ventura di imbattermi in alcuni camion carichi di soldati americani: mi presero a bordo accogliendomi con grandi sorrisi e pacche sulle spalle, offrendomi sigarette e tavolette di cioccolato (da quanto tempo non ne assaggiavo ?) Non ero il solo italiano. ‘erano altri profughi come me, fu perciò spontaneo cominciare a parlare fumando quelle sigarette addirittura preziose. Finalmente un po’ di riposo e allegria, fra quei ragazzoni grandi e grossi e ben nutriti, che certo contrastavano fortemente con noi poveri reduci cenciosi e senza allori!

Ci sentivamo stanchi nel corpo e nella mente, provando un terribile senso di frustrazione.

Ci sentivamo ingannati, umiliati, traditi.

Finalmente rifocillato fui preso da una grande sonnolenza: me ne stavo rannicchiato in un angolo quando sentii qualcuno battermi leggermente sulle spalle con sorpresa riconobbi un mio compaesano un campanaro di val di Castello che conoscevo sin da ragazzo. Ci abbracciammo commossi iniziando a narrarci le nostre disavventure.

Le parole si accavallavano con una specie di furia quasi a recuperare il tempo perso, evocando persone e fatti ormai lontani… alle mie domande accennò a quanto accaduto nelle nostre zone per opera dei nazisti. Mi accorsi che trattenevo a stento le lacrime.

Li ascoltavo attento, guardandolo fissamente con la sgradevole sensazione che faticasse a dirmi tutto.

Insistevo “ ma a Sant’Anna di Stazzema, come è andata? Lassù magari non ci saranno arrivati, vero?

Restava sul vago: purtroppo c’erano state delle fucilazioni, disastri, e anche a lui erano morti due familiari…Parlava sottovoce, fissandomi a sua volta con in fondo agli occhi una disperazione bruciante.

Mi sentivo pervaso da una grande inquietudine, tormentato dall’ansia febbrile di far presto, arrivare, vedere…

Intanto la colonna militare avrebbe fatto sosta a Fivizzano, ma non volli fermarmi nonostante l’invito che mi fu fatto; da lì avrei proseguito come meglio potevo anche a piedi in mancanza d’altro. Mi fu donata anche una sacca con del cibo. Un po’ alla volta raggiunsi Carrara e via via Massa Querceto in quest’ultima località risiedeva anche una mia zia materna: da lei, ne ero certo, avrei avuto notizie recenti.

Imboccai perciò di buona lena il sentiero fuori mano che mi conduceva all’agognata meta: Giunto infine nei pressi, fui colto da uno spaventoso senso di disorientamento, non riuscendo a credere ai miei occhi. La casa non c’era più, nemmeno la stalla, gli animali, l’orto, il granaio. Fra le erbacce oramai rigogliose spuntavano solamente spezzoni di mura annerite, nient’altro.

Con le gambe che mi tremavano, mi accasciai tra quelle rovine guardami stranito attorno.

Non riuscivo a credere a quello sfacelo, mi sentivo venir meno, le forze mi abbandonavano. Stremato, mi allungai tra quegli sterpi, raggomitolandomi come un cane randagio, candendo in una specie di torpore.

Forse fu uno svenimento, non so, forse un dormiveglia; e stranamente (era un delirio…chissà) mi pareva di risentire la mia vocetta di bambino che recitava una vecchia poesia imparata a scuola “…sette paia di scarpe ho consumato, sette fiasche di lacrime ho versato…” Ed era vero. Avevo camminato tanto e tanto, ed ora piangevo a dirotto, piangevo su quanto represso troppo a lungo, su ciò che forse mi attendeva, che oscuramente temevo.

Non rammento per quanto tempo rimasi così. Quando infine mi riscossi, calava la sera. Rialzandomi a fatica mi avviai alla volta di Pietra santa poi ecco Val di Castello ecco la salita per sant’Anna.

Ma non era più il percorso di gioia che ricordavo. Sparite le case, i piccoli giardini, la brava gente che mi salutava quando passavo, regalandomi fiori e mazzetti di erbe odorose per mia madre: gente buona. Laboriosa, semplice.

 

Non si vedeva nessuno, non c’era nessuno.

Ovunque un grande silenzio, nemmeno una voce lontana, un belato, un richiamo.

Ansimavo. L’angoscia rendeva il percorso ancora più difficoltoso mi sembrava di non arrivare mai. Mi reggevo in piedi a stento. Fu poco prima di entrare in paese che scorsi di lontano una vecchia donna del posto che mi riconobbe. Mi diressi verso di lei affannato, non riuscendo a pronunciare nemmeno una parola. La poverina si accostò tentennando il capo con gli occhi colmi di lacrime. Mi abbracciò stretto facendomi con la mano una lunga carezza sul viso come una antica madre.

Tremava incapace di parlarmi.

Allora compresi.

D’improvviso qualcosa scattò in me sciogliendomi da quell’abbraccio cominciai a correre verso casa mia con le braccia tese in avanti urlando quei cari nomi chiamando implorando che mi venissero incontro, supplicando. Gridavo e la mia voce rimbalzava lontano, senza risposta.

Ma dov’era la mia casa? Nulla anche lì più nulla solo quel tremendo silenzio

Fu allora che sentii dentro il cervello come uno scoppio lacerante uno schianto, e caddi lungo disteso dinanzi a quella soglia oramai cancellata.

Quando mi risvegliai, giacevo in un letto d’ospedale. Mi ci vollero giorni prima che riuscissi ad emergere dal buio pozzo di dolore in cui mi ero smarrito.

Riaprendo gli occhi, intravidi accanto al mio letto la zia di Querceta: la poverina mi aveva vegliato giorni e giorni in attesa che tornassi alla realtà.

In seguito, con molta calma. Mi narrò che si era salvata per puro miracolo essendo assente quando nella zona avvenne la strage. Poi con cautela cominciò a descrivermi la tragedia di Sant’Anna.

12 agosto 1944

Stante l’avanzata degli alleati, il maresciallo Kesserling (fedelissimo di Hitler) aveva dato ordine di colpire senza pietà le popolazioni civili, specie quelle residenti sui monti, convinto di bloccare l’azione dei partigiani.

Una mossa disperata che lo spinse a far eseguire con inaudita ferocia lo sterminio di persone inermi, perlopiù donne vecchi e bambini, visto che gli uomini validi erano al fronte o alla macchia.

12 agosto…..non era ancora l’alba quando le SS giunsero di soppiatto a Sant’Anna di Stazzema. In quel verdeggiante ombroso e fresco la maggior parte degli abitanti dormiva ancora.

Furono così sorprese nel sonno ben 560 persone, non ci fu possibilità di scampo per nessuno.

Strattonati, pungolati con le canne dei mitra percossi selvaggiamente presi a calci quei poveri esseri vennero spinti verso il sagrato della piccola chiesa e qui trucidati a colpi di mitra. L’opera di annientamento fu poi completata bruciando i corpi con i lanciafiamme.

Il primo a cadere fu il giovane parroco aveva offerto la sua vita purché fossero risparmiati quegli innocenti, ma il massacro non prevedeva superstiti.

Della mia famiglia ne furono uccisi dieci.

Di quei cari volti mi è rimasta soltanto una piccola fotografia scattata proprio il giorno della mia partenza e speditami poi al fronte.

La riguardo sovente domandandomi come sia possibile non vederli più non udire la fresca risata del piccolo Ultimio, le canzoncine cantate da Alida con la sua bella vocetta, il richiamo paziente di mia madre.

 

 

Ora a Sant’Anna (insignita di medaglia d’oro alla Resistenza) è stata costruita lungo l’erta del monte una suggestiva via crucis; accanto ad ogni piastrella con le stazioni della passione di cristo ce n’è un’altra raffigurante i vari episodi di quell’eccidio.

Una in particolare colpisce e commuove: mostra una giovane donna con un bimbo in braccio che scaglia uno dei suoi zoccoli contro un tedesco. Non avendo altro aveva cercato di difendersi così. Al termine della via crucis ci si trova dinanzi al bellissimo monumento alla memoria.

Su un bianco blocco rettangolare di lucido marmo giace distesa una giovane madre che stringe al petto il suo figlioletto uniti oramai in un sonno eterno.

 
Quando d’estate torno al mio paese scorgo già di lontano quel sepolcro illuminato dal sole. A Sant’Anna incontro i grandi alberi cresciuti con gli anni. Ne accarezzo i tronchi, convinto che quelle piante siano nate dalla cenere dei miei poveri morti.

Lassù rimane il mio cuore, spezzato per sempre.

 

Clementina Sveva Moroni.

Nessun commento:

Posta un commento